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Intervista ad Irene Carossia

https://teatropertutti.it/interviste/per-un-teatro-multidisciplinare-intervista-a-irene-carossia/

IL BARATRO SUBLIME DELL'ARTE

Con “Sostanza umana” Irene Carossia plasma una liturgia dell’arte tra il genio di Picasso e quello di Michelangelo 

 

L'esito è un rito in cui la parola si fa abisso e visione.

 

di Roberto Comelli

 

Lo spettacolo si svolge nello spazio artistico di Ondedurto.arte, tra le tele in esposizione, dove una porzione di pavimento si trasforma nell'incandescenza di un palcoscenico improvvisato, a ridosso di un pubblico stipato come non mai. Si cercano altre sedie, donate all’occorrenza, fino a saturare ogni angolo; eppure, qualcuno resta in piedi, pur di esserci.

 

Il titolo è "Sostanza umana", opera scritta, diretta e interpretata da Irene Carossia, artista poliedrica – attrice, regista e autrice, ma anche cantante, coreografa e danzatrice – che in questa occasione si avvale della presenza significativamente intensa di Andrea Carbone e di Francesco Uccheddu.

 

Carossia apre la scena con l’eleganza di una silhouette "art déco" danzante. Poi, lentamente, assume su di sé il ruolo demiurgico dell’Arte: una forza viva, generatrice e distruttrice, che anima la trama drammaturgica come un respiro costante. L’intreccio alterna le apparizioni di due figure titaniche della creazione artistica, lontanissime per indole e temperamento, ma spesso accostate per la traccia inestirpabile lasciata sul proprio tempo e nelle epoche successive: Michelangelo Buonarroti e Pablo Picasso.

 

Il "leitmotiv" di questa teurgia estetico-teatrale emerge nella progressiva rivelazione del suo nucleo più profondo: non è l’arte ad appartenere all’uomo, ma l’uomo ad appartenere all’arte. Così, di fronte a un capolavoro, non è solo l’individuo che guarda o legge, ma è l’opera stessa a osservarci, a indagare e a rivelare l'essenza e l'abisso del nostro animo — quella "sostanza umana" che vive su un confine invisibile, sempre sfiorato, mai oltrepassato.

 

Andrea Carbone dà corpo a Michelangelo: religioso e austero, scabro e tormentato, quasi schiacciato dal peso della propria aspirazione all’umiltà e dalla consapevolezza di rappresentare, con le proprie mani, la potenza del divino. Il suo limite e insieme la sua sorgente creativa risiedono nella materia, che egli interroga e scava, ausculta e scolpisce, infine trasfigurandola in un simulacro di vita. La sua precoce, straordinaria "Pietà" nasce ai margini dell’eresia: la Vergine è giovane come il Messia — “Vergine madre, figlia del tuo figlio”, le mirabili parole di Dante nel XXXIII del Paradiso —, e la sua figura, più grande rispetto al Cristo morto, non lo tocca, ma lo avvolge nel manto come un bambino, mentre con la mano sinistra levata sembra quasi suscitarlo - lei donna e madre - alla resurrezione.

 

Francesco Uccheddu, invece, incarna Picasso: personalità magnetica, sferzante, seduttiva; creatività sediziosa e rivoluzionaria. Il suo campo di battaglia è la forma, che scompagina e ricrea come nessun altro. Per lui, la pittura è catastrofe, letteralmente capovolgimento: il pieno diventa vuoto, il retro si fa fronte, la prospettiva s'infrange e si ricompone come in un mosaico dissestato.

 

La sua sconcertante "Guernica" si staglia ancora e sempre nel "cielo sporco" infestato da droni assassini sulle case e sulle scuole d’Ucraina; sono le bombe dello sterminio “intelligente” sulle tendopoli di Gaza; è la cintura esplosiva del mezzogiorno nel pieno di un mercato; è la fiaccola levata nel nulla da un braccio senza corpo, sotto il lampo artificiale della morte tecnologica. Non è nemmeno più l’urlo dei vivi, ma il grido dei morti: l’agonia senza fine del cavallo stramazzato.

 

Ciò che l’artista vede oggi – al posto del pittore eroico di un tempo – non è più icona, ma un'"Apocalypsis cum figuris", ossia, etimologicamente, una rivelazione figurata. Ma di che cosa? Di un quadro senza colori, spazzati via dalla guerra. Di frammenti di corpi, di schegge di mondo, di brandelli di senso. Perché un’opera come "Guernica" testimonia l’impossibilità di storicizzare l'essere, o anche solo di tradurre in simbolo l’essenza della vita e della morte. La sua verità più intima precede e supera ogni linguaggio: è la capacità prodigiosa di dire l’irrappresentabile, di evocare ciò che non abita più alcun discorso.

 

“L’arte è un baratro” – viene scandito nel cuore di questa pièce intessuta di disincanto e di speranza. “È la possibilità di annegare la disperazione dentro al sublime.”

 

E quando tutto questo si fa teatro – parole, gesti e voci senza scenografia, senza luci né microfoni, senza palco, quinte o sipario – affidato soltanto ad attori attraversati dal testo come da una ferita, al termine non resta che guardarsi, attoniti e commossi, e infine abbracciarsi, grati di potersi riconoscere ancora umani.

 

"SOSTANZA UMANA"

 

Con

 

Irene Carossia

 

Andrea Carbone

 

Francesco Uccheddu

 

Testo e regia

 

Irene Carossia

 

Assistente alla regia

 

Electra Benini

 

Produzione

 

Lorenzo Rivolta

 

Associazione MeC Musica e Canto

 

Retecultura Vigevano

 

evento nell'ambito della mostra "Rigore Energia" di Nino Landolina e Giordano Pagliai

 

Spazio Artistico Ondedurto.arte

 

Vigevano. Via Cairoli 1

 

8 novembre 2025

LE STANZE PROIBITE DELL'ANIMA

La fiaba diventa un viaggio nel profondo dell'animo femminile con "Le stanze di Barbablù" di Irene Carossia

 

di Roberto Comelli

 

Al primo imbrunire di sabato scorso – mentre l’annuncio del crepuscolo e l’accendersi delle luci impreziosivano l’atmosfera del centro storico – lo spazio artistico Ondedurto.arte era già gremito di spettatori in attesa, come sempre accade quando la compagnia di Irene Carossia è ospite con un nuovo recital.

 

Questa volta, la fantasia creativa e l’introspezione analitica della poliedrica attrice, regista e autrice – oltre che cantante, coreografa e danzatrice – si sono avventurate nel cuore della dimensione fiabesca, scegliendo la celeberrima narrazione che, alla fine del XVII secolo, Charles Perrault dedicò all’inquietante uxoricida noto come Barbablù.

 

Sulla scena, infatti, prende vita la pièce “Le stanze di Barbablù”, interpretata anche da Stefania Venezian e Giulia Leoni: una convincente prova di teatro di parola, costruita con mezzi scenografici essenziali ma arricchita da intensi momenti di pura evocazione, capaci di attivare le risorse immaginative di un pubblico rapito e assorto.

 

La trama si dipana inizialmente come una creatura lenta ed enigmatica, sfiorando un senso di straniamento beckettiano e un minimalismo quasi zen. Il primo personaggio, ad esempio, abita da sempre una stanza chiusa, con soltanto una sedia. Poi, gradualmente, si accende il magnetismo del racconto fiabesco: l’ultima sposa, sospinta dal desiderio di conoscenza, dischiude le porte proibite del palazzo dove giacciono le vittime dell’orrendo marito.

 

È il momento in cui il testo, forgiato dall’autrice, si trasforma in un percorso di introspezione psicologica, scandagliando le profondità dell’inconscio tra psicoanalisi e mitologia, fino a divenire una vera e propria catabasi teatrale – una discesa negli abissi dell’animo femminile. Stanza dopo stanza, si materializzano gli impedimenti e i gravami che soffocano in molte, troppe donne il germogliare di una personalità libera e autonoma.

 

Ecco, allora, la labirintica serie delle porte: quella del possesso, che trattiene e soffoca (“dalle mani aperte tutto fugge”); quella del rancore, dal respiro acido; o quella potentissima dell’inadeguatezza, edificata con il dubbio e la vergogna. Fino ad approdare, infine, a una solitudine prima temuta e poi redenta dalla consapevolezza, nella rivelazione liberatoria che “essere soli non significa sentirsi soli”.

 

Il passo successivo è la riscoperta dei propri talenti, sublimando le cicatrici e “i segni lasciati sulla carta come guerrieri stanchi”, imparando ad “ascoltare ciò che le parole lasciano nell’aria. Le parole pesanti, che non dicono mai la verità.” E, soprattutto, prestando ascolto a “ciò che rimane sospeso negli spazi tra le parole. Le parole germoglio. Le parole lucciole.”

 

Passo dopo passo, con acribia interpretativa e intensa partecipazione, le protagoniste ci conducono verso una segreta, talvolta disincantata, saggezza: “Siamo tutti come attori improvvisati, che cercano di interpretare ruoli che non conoscono.” Un approdo illuminato dallo sguardo libertario e sedizioso di un’intelligenza del cuore, che non sa più trattenere né un legame subito né un silenzio di troppo.

 

Alla fine, resta solo un’ultima porta: “Ma la settima porta è già aperta, non ha bisogno di una chiave. Perché ognuno di noi è la chiave. È la stanza del cambiamento possibile.”

 

Un’ulteriore prova del magistero di Irene Carossia, autentica signora del teatro, che non si limita a offrire spettacolo, ma regala esperienze di bellezza e profondità.

 

Per tutte le interpreti, applausi – numerosi, calorosi, scroscianti.-

 

"LE STANZE DI BARBABLÙ"

 

di

 

Irene Carossia

 

interpreti:

 

Irene Carossia

 

Giulia Leoni

 

Stefania Venezian

 

CRF Centro di ricerca e formazione Carossia

 

Retecultura Vigevano

 

Spazio Artistico Ondedurto.arte

 

Vigevano. Via Cairoli 1

 

11 ottobre 2025

L'ULTIMO ATTO DELLA DUSE, SULLA SOGLIA DELL'ETERNITÀ

A Vigevano, Irene Carossia interpreta la grande attrice: emozione e commozione a Ondedurto.arte

di Roberto Comelli


Ogni volta che la compagnia Carossia è di scena nello spazio artistico di Ondedurto.arte - inverando un'affettuosa collaborazione tra due realtà culturali ormai gemellate - la sede dell'associazione vigevanese accoglie un pubblico traboccante e appassionato - tra il quale abbiamo registrato anche la presenza dell'assessore Brunella Avalle in rappresentanza della Municipalità - in grado di tributare alle interpreti l'ascolto attento e dedicato che meritano. Tanto più nella circostanza di domenica scorsa, quando il terzetto di affiatate attrici guidato dalla poliedrica direttrice artistica Irene Carossia - anche regista e autrice, oltre che cantante, coreografa e danzatrice - ha omaggiato la città di Vigevano con una "pièce" intitolata "La mia anima è viva: Eleonora Duse".

L'opera teatrale prende l'avvio nel 1923, alla vigilia della partenza della diva sessantacinquenne, rientrata sulle scene dopo un primo ritiro quattordici anni prima, per l'ultima tournée negli Stati Uniti - una fatica titanica e debilitante, per lei già malata di tisi. Con la protagonista - interpretata dalla Carossia - sono la fedele segretaria e collaboratrice Désirée Von Wertheimstein e la sarta e cameriera Maria Avogadro. Due figure chiave - quasi devoti angeli custodi, che la Duse ricambiava con un sentimento simile a quello materno - qui impersonate dalle valenti Luisa Caglio e Stefania Venezian, brave a tratteggiare due nature femminili peculiati e complementari, l'una più volitiva e pragmatica, l'altra più dolce e sognante, entrambe accomunate da un sodalizio di fedeltà all'arte e alla persona della grande artista.

Mentre i preparativi per la partenza verso il transatlantico Olympic (gemello del Titanic) che le attende all'imbarco di Cherbourg si alternano alla trepidazione per la salute della protagonista, si accendono ricordi e riflessioni, venati talvolta di nostalgia o di malinconia, talaltra di passione e di ardore teatrale. Così, si riaffacciano alla memoria e alla sensibilità dell'attrice, innanzi tutto, gli esordi difficili e la vita nomade ("nata in un albergo, dove altro potrei morire?" - avverrà all'Hotel Schenley di Pittsburgh, il Lunedì di Pasqua dell'anno successivo. L'albergo di nascita casuale fu, come noto, il vigevanese "Cannon d'Oro"). L'attaccamento quasi mistico per Asolo e le sue adorate montagne, "la prima e l'unica casa che abbia mai avuto". Gli amori trascorsi, come quello che fu profondo e ora appare velato di tristezza per "Gabriele" (D'Annunzio). Lo sdegno per le trucide fanfaronate di Mussolini, che la vuole pensionare per liberarsene, e la riconoscenza verso l'incanto delle parole di una recensione del giovane Piero Gobetti ("La Duse in scena è una creatura religiosa, dall'intimità aristocratica"). Senza tralasciare l'affetto per la figlia Enrichetta, cresciuta intenzionalmente lontano dal mondo dello spettacolo e ora sposata con un professore di Cambridge.

Ma il centro poetico del lavoro proposto sulla scena quasi amichevolmente raccolta e famigliare della sede di Ondedurto.arte è la profonda meditazione di una creatura che ha attraversato la gloria delle stagioni, sovente sola ed esposta alle ferite del tempo e ai pregiudizi del mondo a lei contemporaneo. "Noi attrici non siamo eroi nella dimensione del 'per sempre', siamo solo povere interpreti velocemente disarcionate dal cavallo dell'arte". E ancora - "Vorrei avere più tempo, ma il futuro è un lusso della giovinezza. Nell'esistenza, siamo specchi andati in frantumi. Occorre resistere, per non dimenticare i propri sogni." E poi, la straordinaria testimonianza della consumata vestale del palcoscenico, che sopravvive quasi soltanto grazie alla forza che attinge dai suoi indimenticabili personaggi femminili. Come l'amata Ellida ibseniana, "La donna del mare" sospesa tra l'abitudine di un marito borghese e la mitologia inconscia e affascinante di un'altra vita ignota. Una figura di giovane moglie che l'attrice matura interpretò senza trucco, con i suoi capelli bianchi, senza che fosse notata alcuna dissonanza. "Le eroine hanno un solo istante, per questo sono così veementi. Dopo di noi, esse continueranno la loro corsa con altri volti. La verità è che loro sono eterne."
Qui, in questo snodo cruciale, arduo e insolubile, tra arte e vita - vera "fornace d'oricalco incandescente", come Pontiggia definiva la poesia - insieme al pubblico abbiamo percepito più urgente e struggente in Irene Carossia la voce e l'impronta della fuoriclasse, l'incarnazione di un ruolo quasi cucito con dolore e tremore sulla propria epidermide - e che l'attraversa come una ferita sublime. E la rivelazione di come i doni più preziosi di entrambe - la vocazione artistica e l'esperienza esistenziale - siano nel profondo intrisi di dolore e di splendore.

L'estrema tournée americana della Duse fu trionfale. Migliaia di spettatori - tra i quali i Rockfeller, Rodolfo Valentino e Gloria Swanson - la salutarono al debutto del Metropolitan di New York con venti minuti di applausi ininterrotti. In centinaia rimasero fuori dal teatro, esaurito da settimane. "Diretta e grandissima - scrisse Charlie Chaplin, allora trentacinquenne - È l'artista più grande che abbia mai visto."
Irene Carossia le fa dire, come in un ultima scena, prima che si dischiuda la soglia sul palcoscenico dell'eternità: "Desidererei fermare tutto ciò che è intorno a me nel mio sguardo. Non sono le cose e gli oggetti, sono le emozioni e i sentimenti. La mia anima è viva e vibrante, io la sento." E infine - "Bisogna tenere acceso il sentire, anche nelle notti senza luna."
La diva amava i fiori, li usava spesso - fuori e dentro il teatro - per impreziosire con intime sfumature impreviste le proprie interpretazioni. Ecco, domenica era come se ci fossero tantissimi fiori, sulla scena palpitante di Ondedurto.arte.

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"LA MIA ANIMA È VIVA: ELEONORA DUSE"

In occasione del centenario della morte della Divina Duse

Testo e regia: IRENE Carossia

con

Irene Carossia

Luisa Caglio

Stefania Venezian

Costumi : Anna Maria Mazzoni

Luci e audio: Lorenzo Rivolta

ha presentato Silvana Giannelli

Retecultura Vigevano

Centro di Ricerca e Formazione Carossia

Spazio Artistico Ondedurto.arte

Vigevano. Via Cairoli 1

Domenica 17 novembre 2024

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LE MUSE IN SALOTTO
Il Salotto dell'Arte di Irene Carossia

Esiste da secoli, nella tradizione della vita sociale ed intellettuale, uno spazio privilegiato per la condivisione della Cultura e dell’Arte: il Salotto.

 

Luogo di incontro, di confronto sereno, perché avvolto dal tepore dell’intimità della casa, dove ritrovarsi significa fare parte, nel ruolo di graditi ospiti.

 

Un luogo privato, protetto, legato al nome della o del padrone di casa, all’interno del quale le parole, la musica, le emozioni possono fluire ed incontrarsi, libere dal peso di giudizi o apparenze.

 

E se un tempo aprire le porte del proprio salotto significava accrescere la propria credibilità, arricchendosi intellettualmente attraverso il prestigio della Musica e della Cultura, oggi aprire il proprio salotto significa investire sulla relazione umana, oltre che credere fermamente nel valore della divulgazione.

 

La Direttrice Artistica del CRF_CAROSSIA, Irene Carossia, avendo dovuto chiudere la sede del Teatro e del Museo, aperta soltanto due anni or sono a Lissone, ha trasformato una criticità in una possibilità, scegliendo di trasformare il proprio salotto in uno scrigno di Arte e Cultura.

 

LE MUSE IN SALOTTO, questo è il titolo che Carossia ha scelto per aprire il proprio salotto, una volta al mese e soltanto ad inviti, creando occasioni di bellezza condivisa.

 

Non soltanto un salotto, ma piuttosto un Circolo privato nel quale poter gustare percorsi di musica e di testi teatrali, accolti da un giardino delle Sculture e immersi nella meraviglia di una Pinacoteca dove si racconta l’Arte Contemporanea, comodamente seduti fra amici.

 

Alla base di questa scelta un progetto importante da parte di Carossia, non soltanto divulgare Arte attraverso il proprio professionismo e quello degli artisti della Compagnia Stabile Carossia, ma soprattutto mantenere acceso un lume sul valore delle relazioni umane.

 

A Lissone, nel cuore della Brianza monzese un salotto voluto da una donna, artista e Direttrice Artistica, che nasce dal desiderio di non arrendersi all’evidenza di un momento storico faticoso che, troppo facilmente, rende ciechi e sordi ai bisogni dell’intelletto, dell’anima e del cuore.

 

Un modo diverso per mettersi al servizio del territorio, creando un punto di riferimento nel quale, per certo, l’Arte possa scorrere in armonia, nonostante le difficoltà, la precarietà e la fatica di un’epoca attraversata da inquietudini profonde.

 

Come affermava Schumann: “Mandare luce dentro le tenebre dei cuori degli uomini, tale è il dovere dell’artista”.

 

SABATO 26 OTTOBRE il primo appuntamento, soltanto ad inviti, che inaugura LE MUSE IN SALOTTO di Irene Carossia, il Concerto dal titolo “CRAZY WORLD”.

 

“...perché è sempre possibile credere in un mondo migliore” – Irene Carossia

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